Curiosità: perchè San Martino è considerato il patrono dei cornuti?

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Le usanze, le culture, i miti e le fiabe sono tutti risultati di antiche credenze popolari,

più che altro vòlti a scacciare la “jettatura” e assicurarsi abbondanza e benefici. Ora siamo in novembre e la “festa” più…bizzarra di questo mese è la festa di San Martino, considerato come il patrono dei becchi, detto alla romana o dei cornuti nel detto popolare italiano.

Le ipotesi più probabili sono due, ma nessuna delle due tira in ballo il Santo, ma la data, quindi secondo queste usanze è solo per un caso fortuito che San Martino venga coinvolto!

la prima è quella che fa risalire al periodo una fiera di bestiame,

la terra in mese dorme, quindi il contadino si dedica al bestiame. In questo tempo dell’anno le fiere del bestiame erano in tutte le città più importanti, e essendo il bestiame, ovini e bovini, con le corna si è pensato di dedicare questa festa a un giorno particolare, quello dell’inizio della fiera, appunto l’undici di novembre.

L’altra ipotesi, più pittoresca,

è che il giorno 11/11 assomiglia a due dita della mano precisamente l’indice e il mignolo raddoppiato per le due mani, tutti noi ci immaginiamo cosa ne esce fuori! Se navighiamo in rete troviamo le cose più strane e strampalate, dai proverbi napoletani ai proverbi romani e addirittura riti celtici, anche se: cosa c’azzecca San Martino con i Celti!

ognuno dice la sua, ma sicuramente nessuno vorrebbe festeggiare questo giorno!

 


Più precisamente, chi fa della magia nera cerca di sottomettere le entità del cosmo al proprio volere (sovvertendone le leggi), chi fa della magia bianca sottomette invece la propria volontà alle leggi del cosmo. Ciò significa che per operare in armonia con l’universo occorreva sviluppare un senso morale basato sull’obbedienza a Dio e sul rispetto della sua volontà.
E poiché si pensava che la volontà divina coincidesse con la razionalità oggettivata del mondo, la magia bianca si proponeva di preservarla, e anzi di favorire la sua naturale evoluzione. La magia bianca si inseriva così nell’ottica tipica dei pensatori rinascimentali, i quali ritenevano che tutta la creazione, corrottasi a causa del biblico peccato originale, tendesse a ritornare verso la perfezione originaria. Come l’uomo tende verso la divinizzazione, così ogni elemento tende a ritornare verso la meta cui è stato assegnato (o entelechia), secondo la concezione aristotelica mescolatasi con quella platonica. Si cercava in un certo senso di risolvere la materia nello spirito; la magia bianca finì in tal modo per coincidere con l’alchimia, che si prefiggeva di costruire la pietra filosofale, al fine di trasmutare i metalli in oro, considerato la meta naturale di ogni elemento. L’oro era ricercato non a scopi di avidità o di possesso, ma per le sue proprietà intrinseche, essendo tra i metalli quello più incorruttibile (cioè più resistente al tempo), oltre ad essere un ottimo catalizzatore da usare nelle reazioni chimiche.
Gli interessi suscitati dalla magia bianca, rivolta esclusivamente allo studio della natura e al rispetto delle leggi in essa presenti, funsero così da apripista alla chimica moderna. L’opera dell’alchimista consisteva infatti essenzialmente nello studio empirico delle sostanze elementari e in esperimenti scientifici su di esse. Egli ne cercava le proprietà operando all’incirca come un chimico, catalogandole, tentando miscugli, introducendo nel suo lavoro fornelli ed alambicchi che saranno poi gli strumenti principali utilizzati dalla chimica come la intendiamo oggi.

 

 

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